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La
neonata Società Scientifica Logopedisti Italiani (SSLI), impegnata nella promozione di attività di
aggiornamento professionale, di formazione di base e di elevata
specializzazione; nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui temi
legati alla Logopedia; nell’attuazione e promozione di ricerche scientifiche
e di trials di studio, anche in collaborazione con agenzie pubbliche e
private, intende enucleare il proprio corpus dottrinale e professionale
aggiornato alle attuali cornici concettuali e legislative. Il riferimento
scientifico-professionale dei logopedisti è rappresentato dall’occuparsi e
dall’intendersi della normalità (fisiologia) - anche nei suoi aspetti
evolutivi, di cambiamento ed involutivi –, e delle turbe o anomalie (patologia)
della comunicazione umana e della deglutizione. Da
ciò si evince che le abilità umane di competenza logopedica sono le seguenti: o
la comunicazione (communication) o
la fonazione (voice) o
la parola (speech) o
il linguaggio (language) o
il flusso (fluency) o
la deglutizione (swallowing) o
gli apprendimenti curriculari e non o
il rapporto interpersonale o
altre abilità miscellanee. La disamina di questi ambiti evidenzia come i processi
della comunicazione umana siano molteplici e spazino da quelli della
medicina, della linguistica, della pedagogia (per citarne alcuni) nonché
della logopedia. Un assessment completo di tali processi è necessariamente un
percorso multidisciplinare che vede l’integrazione tra approcci
strutturalmente diversi nella logica di un profondo interscambio culturale. Già nel lontano 1924 si è formalizzato lo stretto
legame tra logopedia e foniatria che rappresenta nel nostro settore il più
elevato consesso professionale. Il governo clinico logopedico deve, anche, ricercare
evidenze scientifiche attraverso una rigorosità metodologica che pone
in primo piano la definizione di linee guida, percorsi
diagnostico-terapeutici, protocolli per una efficace gestione del bisogno di salute
dell’individuo. Abbiamo assistito nel tempo ad un cambiamento del
concetto con cui viene intesa la sanità: da un modello di salute di tipo
nosocentrico (modello di malattia), siamo passati intorno agli anni 70 ad un
modello di salute che insiste sul valore della salute di per sé, che va
conosciuta nelle sue varianti e dinamiche. Ciò ha determinato una apertura ed
introduzione di elementi innovativi come il concetto di prevenzione e di
riabilitazione intesa come il ripristino delle situazioni prima della noxa o
l’elicitazione di abilità presenti nelle persone ritenute “normali”. Negli anni ’80 assistiamo ad una ulteriore
evoluzione, fondamentale in campo riabilitativo, in quanto l’Organizzazione
Mondiale della Sanità (OMS) pubblica il modello I.D.H. (Impairment,
Disability, Handicap) che definisce la salute come lo stato di benessere
fisico, emotivo e sociale di ogni singolo individuo, sancendo l’assoluta
soggettività del concetto di salute e la imprescindibilità dalla customer
satisfaction per la valutazione delle procedure sanitarie. Giungiamo, infine, agli anni ’90 in cui, nello scenario
istituzionale, si afferma l’aziendalizzazione della sanità e l’aggiornamento
continuo obbligatorio, L’OMS presenta il nuovo modello ICDH-2 che
definisce la condizione o stato di salute della persona come un qualsiasi
assetto del suo stato fisico e funzionale prima che diventi cliente
dell’organizzazione sanitaria. E’ del 2002 la versione definitiva, International
Classification of Functions (I.C.F.), con cui assistiamo ad un
radicale cambiamento: si pone come centrale la qualità della vita delle
persone e si prendono in considerazione le funzioni e le abilità di cui
l’individuo dispone per relazionarsi ed interagire con l’ambiente. L’ICF,
attraverso il suo modello “biopsicosociale” della disabilità, propone di
considerazione: o le strutture e funzioni del corpo funzionanti in modo ideale o variegato; o le attività della persona nella sua completezza e con eventuali
limitazioni; o la partecipazione alle situazioni sociali anche con eventuali
restrizioni. Lo
stato di salute appare,quindi, fortemente interconnesso con fattori
contestuali sia legati all’ambiente che alla persona stessa. Muoversi
con queste nuove coordinate non è certamente semplice per una professione
senz’altro giovane come la nostra, che solo da poco sta sviluppando una
nosologia dettagliata ed un modello fisio-patologico di analisi e verifica
del proprio operato. Il
catalogo nosologico (o elenco generale delle patologie di pertinenza della
logopedia) può essere formalizzato in questi grandi capitoli: o Difonie o turbe della vociferazione o Dislalie o alterazioni della pronuncia o Disfagie o disturbi della deglutizione o Disfluenze o turbe del flusso verbale o Disartrie o turbe da alterazione del I motoneurone o Afasie o turbe della codificazione e decodificazione comunicativa o Turbe comunicative nelle sordità pre – peri - postlinguali o Disturbi dell’apprendimento o Turbe comunicative da inadeguatezze socioculturali o Turbe comunicative da alterazione della relazione dualistica o plurima o Miscellanea. Le sfide attuali ci vedono impegnati in studi
epidemiologici attendibili che devono essere validati secondo i criteri della
medicina basata sull’evidenza – E.B.M.- in modo da giungere alla definizione
di: - linee guida, “cornici” di riferimento per gli operatori
sull’appropriata gestione di specifiche circostanze cliniche, che sono
fortemente condizionate dalla volontà politica di affrontare una determinata
problematica; - percorsi valutativi e rimediativi, “confini” entro cui
operare rispetto ai differenti quadri patologici ed ai diversi capitoli della
professione; - specifici protocolli, “documenti”a cui attenersi in modo
tassativo per permettere tra l’altro il confronto e l’implementazione di
studi epidemiologici e di ricerche scientifiche. Tenendo conto degli scenari a cui ci costringerà
il nuovo millennio, auspichiamo di “essere nella professione” avendo sempre
cura di: o considerare ed analizzare molto il contesto politico, economico,
filosofico del momento; o considerare primario l’aggiornamento continuo indipendentemente dagli
obblighi legislativi; o ripensare periodicamente ai riferimenti scientifici ed agli strumenti di
supporto; o strutturare una professione che agisca attraverso una azione
multiprofessionale (con interventi sanitari e non) in modo da
rispondere in una visione olistica al bisogno di salute del cliente, o monitorare e riformare se dal caso la formazione di base, verificando
anche l’esigenza di differenti specializzazioni; o esplorare gli istituti della supervisione clinica e del counselling; o strutturare e formalizzare le differenti forme di docenza logopedica. |